Azistrap


Moda esibizionista: il fenomeno CAMP fra voglia di esagerare e desiderio di libertà

Perché va tanto di moda esagerare?

Mai come in questo momento storico, trionfano eccesso e trash. C’è voglia di distinguersi dalla massa o un grande bisogno di libertà e di rompere le regole dell’estetica dominante?

Nel 1964 Susan Sontag coniò questo termine stigmatizzando che la passione per l’eccesso da una parte serve per rileggere il passato e dall’altra consente a ognuno di esprimere liberamente la propria creatività fuori dai codici.

Anche Alessandro Michele, uno dei partner della mostra del MET Museum di New York, organizzata dal Costume Institute dal tema “Camp: Notes on fashion” sostiene questa tesi e non c’è dubbio che questa filosofia è alla base del clamoroso successo del marchio e che si condivida o meno la follia e il cattivo gusto di certi abbinamenti strampalati, è indubbio che il designer abbia colto i gusti di un mercato preciso.

Forse si potrebbe obiettare che, in assenza di creatività, sperimentazione e proposte originali, il caos e il narcisismo sdoganato dal trash imperante sui social abbiano avuto la meglio.

Dopo aver vissuto il minimalismo, l’estetica del brutto lanciata in modo sovversivo da Miuccia Prada, alla fine degli anni 80 e la rivoluzione dei giapponesi Yamamoto e Comme des Garçon, la moda aveva bisogno di rompere nuovamente gli argini tracimando dal conosciuto e déjà-vu.

Volendo dare una lettura positiva di questo fenomeno, è come se questi eccessi, contaminazioni, iperdecorazioni, esibizione di loghi rappresentino un netto rifiuto all’omologazione dilagante imposta dagli uffici marketing.

Parafrasando la celebre frase Aprés moi le déluge di Luigi XV, si potrebbe sperare che, dopo il diluvio, possa risorgere una moda più creativa, aperta ai giovani e ai veri talenti che oggi non trovano nessuno pronto a scommettere sulla creatività.

Una moda più sensibile ai valori, ai temi dell’ambiente, alla difesa e alla tutela di chi lavora e alla tracciabilità della produzione. Utopia? Di certo la crisi dei consumi è il segnale che, soprattutto i millenials, comprano storie e valori più che prodotti e, per conquistarli bisogna dare risposte complete.

Galleria immagini